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essere un'orsa introversa con disinvoltura

Cosa può spingere una persona introversa, consapevole e fedele alla sua natura, a lanciarsi in avventure emozionanti (e terrificanti), decisamente fuori dalla propria comfort zone?

In famiglia mi chiamano Orsa. E io certo non nascondo le mie inclinazioni, anzi.
Dopo aver impiegato una vita a conoscermi e a sforzarmi di essere altro, ora lo dichiaro candidamente. Confesso però che mi ci vuole ancora un po’ di tempo per metabolizzare bene l’esperienza che ho vissuto questa estate: ritrovarmi senza preavviso nel bel mezzo di un premio internazionale di poesia, davanti a un pubblico di critici, esperti e autori, in piedi con un microfono in mano a leggere per la prima volta la mia (unica) poesia.
Sì, ero proprio io, nel pieno delle mie facoltà di intendere e volere. Mi trovavo lì nel rilassante ruolo di accompagnatrice di un vero poeta in gara, con la sola preoccupazione di godermi gli eventi dei tre giorni di festival.
E poi quando l’organizzatore del Carducci in Carnia ha chiesto se qualcun altro volesse partecipare all’open mic, io ho alzato la mia manina e mi sono fatta avanti.
La stessa donna che 10 anni fa non aveva il coraggio di mettersi a ballare ad una festa di pizzica, circondata da decine di persone tarantolate (e quindi decisamente poco attente a passi e movenze altrui). La stessa ragazza che si vergognava di telefonare al cinema per chiedere gli orari dei film.

Guardo le foto che mi hanno scattato, testimonianza schiacciante del fatto che non sia stata tutta una fantasia onirica, e mi chiedo quale demone assiro si è impossessato di me!
La prima risposta è che non era qualcosa di preparato o programmato. Altrimenti ci avrei ripensato mille e mille volte! Mi sono ritrovata nel flusso della situazione, assorbita dalle parole e dalle emozioni che mi giravano intorno.

L’introversa deve giocarsi l’elemento sorpresa, con se stessa.

 
E improvvisamente, a mente vuota, è arrivata l’ispirazione.
 
Anche io posso dare il mio contributo!
Ho decisamente qualcosa da condividere con queste persone, da mettere in circolo.
 
Ma questo pensiero a un’introversa non basta per fare il passo.
L’introversa sa che avrebbe cose da dire o elementi su cui intervenire. Semplicemente preferisce tenerseli per sé, o rimandarli a un’altra occasione.
Quello che allora scardina il pensiero dell’introversa è un mantra potente, che ho imparato negli anni (da amici decisamente estroversi).

Ma quando ti ricapita?

 
Funziona come la spinta da dietro che ti fa cadere dritta nella piscina. O gli occhi verso l’alto che già dicono “Ok, cedo”.
Perché tutte le buonissime ragioni che ti tengono nel cantuccio caldo dove sei si frantumano in polvere di stelle appena realizzi che l’attimo che stai vivendo è un miracolo irripetibile. Unico, prezioso e senza nessuna garanzia di ripetersi.
E panta rei. E ogni lasciata è persa. E carpe diem.

Allora l’introversa decide di lanciarsi. E lo farà tremando, sudando freddo, con le palpitazioni.
Il corpo va in tilt e sembra cedere. Ma basta dargli qualche minuto (diciamo una ventina, per la sottoscritta) e aiutarlo a riprendersi dallo shock. Un po’ di respirazione. Qualche preghiera. L’energia inizia a incanalarsi e a trasformasi in calore, in forza, in coraggio.

Così alla fine sono riuscita a condividere con altri la mia poesia. E inaspettati sono arrivati molti sorrisi e complimenti, incoraggiamento e sostegno. La sensazione di aver fatto la cosa giusta.
Ora no, non farò la poeta. Mi basta la Musa.
Ma spero di continuare a tuffarmi con disinvoltura.

 
giuro che non volevo fare la poeta
 

GIURO CHE NON VOLEVO FARE LA POETA

Giuro
che non volevo fare
la poeta.

Non volevo scrivere,
declamare,
performare,
essere vista e riconosciuta.
Non volevo essere ascoltata,
giudicata,
apprezzata
o disprezzata
o ignorata.
Non volevo stare su un palco
a sciorinare
giochi di parole
e pause
e tanti
tanti
a capo.

Le poete non sono lette,
né studiate;
le poete
non le ricorda nessuno.
Non dormono
la notte di luna piena,
bevono poca acqua,
di sicuro,
e non mangiano
per definizione.
Le poete hanno
una biologia
particolare.

Giuro
che non volevo fare
la poeta.

Volevo restare con la testa
disimpegnata
e godere della poesia
altrui
nella solitudine
del mio bagno,
senza mai assumermi
le mie responsabilità.

E avrei continuato a pensare
pensieri buffi
o anche no,
pensieri tristi
o anche no,
e non avrei saputo
se fossero poesia
o anche no.